Ho ricevuto una lettera. E ringrazio.

Caro Mirco,

è passato qualche giorno dalla bella serata che hai organizzato. Vorrei condividere con te, e con avrà voglia di leggere questo scritto, alcuni pensieri. La “capacità di tenere insieme” mi parso uno dei concetti che hanno fatto da sfondo alla serata. Ed anche una delle capacità imprescindibili per chi svolge il tuo ruolo.

Il saper pianificare rispetto, ad esempio, ai grandi fondi che la Regione mette in campo, il sostegno al lavoro prezioso delle associazioni di volontariato, e l ’ascolto delle persone del proprio territorio di provenienza, sono aspetti diversi, ma ugualmente importanti.

Mi sono fatto l’idea che nel corso della stessa giornata, per non dire ora, si debba avere l’elasticità di passare, anche mentalmente, dalle decine di milioni di euro collegati, alla Legge Regionale sulla “Promozione  degli investimenti” al problema del medico di base di Bizzuno che è andato in pensione, e gli assistiti sono rimasti per un po' senza dottore. Magari appare una questione minore, ma non lo è. Ho trovato di grande umanità, e segno di vera relazione, il momento in cui hai citato il “tema del medico di Bizzuno” e le persone sedute ad un tavolo, evidentemente di quella frazione, hanno iniziato un loro personale applauso di gratitudine nei tuoi confronti per quanto hai fatto. Applauso a cui si sono associati anche tutti gli altri, ma era significativo vedere come, per qualche secondo, riguardasse solo la loro tavolata.

Un altro pensiero che vorrei condividere riguarda il titolo della serata: “Il valore del limite” e come l’hai proposto. Anche qui mi pare ritorni il concetto del “tenere insieme”. “Limite” è una parola da significati diversi e contrapposti. Si può intendere come un ostacolo da superare ma anche, ed era il senso sottolineato da te, come un confine da tener presente per non predare la libertà altrui.

Sai che sono uno psicologo psicoterapeuta. Le riflessioni che hai proposto rispetto alla complessità del “limite” mi hanno portato a pensare a quanto accade nel mio studio. Quando arriva un nuovo paziente. Mi spiego con un esempio. Un caso vero, reale, ma verificatosi molto distante da noi e modificato nei dettagli non sostanziali per tutelare al massimo la riservatezza della persona.

Una signora cinquantenne, impiegata in un’azienda, si rivolge all’analista perché fatica nella vita sociale e soprattutto  in quella lavorativa. Viene spesso assalita da sentimenti di paura, anzi un vero e proprio panico, nel relazionarsi con i colleghi. Non si sente all’altezza, teme a manifestare le proprie opinioni. È preoccupatissima di essere contestata, anche se, di fatto, ciò non succede mai. Questa condizione la porta comunque a vivere con conflitto e fatica estrema il contesto lavorativo. Racconta: “Mi sento come un salmone che deve nuotare controcorrente, ma la corrente avversa mi sfinisce. È uno sforzo continuo.

La vera sfida di questa signora è quella di stare bene, o meglio. Tentare di superare il proprio limite  per arrivare se non a “guarire”, ad un alto livello di remissione.  Ma attenzione perché essa tende a vedere anche come un limite, per cui sforzarsi e combattere, quelle che sono le sue personali caratteristiche. I suoi meccanismi di difesa. Anziché ascoltarli e di conseguenza ascoltare le proprie paure, capire cosa rappresentano, anziché muoversi nel mezzo di esse, come fa chi scende con la canoa da un fiume roccioso e dalle forti correnti, tenta di risalirlo controcorrente. Ma noi non siamo salmoni.

Dobbiamo capire e accettare, perlomeno in un primo momento, il limite che rappresenta quel determinato e personale meccanismo di difesa. Che significato contiene un sintomo. Poi ci si lavora, per sostituire la difesa con un'altra più matura e meno invalidante.

Trovo efficace un esempio cinematografico. Nel film “Beautiful Mind”, John Nash è un matematico che soffre di schizofrenia: il disturbo mentale più grave e cronico. Con il tempo diventa sempre più consapevole del suo problema, ma le allucinazioni tendono a ripresentarsi: e individua persone che sente e vede solo lui. Che non esistono nella realtà. Dopo tante fatiche riesce ad accettare questo suo grande limite. Ovvero vedere e sentire persone che forse non esistono.

Nei confronti di queste figure, anziché combatterle o, all’opposto,  colludere con esse, ha un nuovo atteggiamento. Ogni qualvolta vede una nuova persona, che non conosce, si gira verso la propria moglie, di cui è certo, e domanda se anche lei veda quella persona. Da notare come questa modalità manifesti anche, oltre all’accettazione del proprio limite, il coraggio di non nascondersi. La capacità  di mettere da parte la vergogna. Tutti tendiamo a mascherare i nostri limiti, le nostre fragilità, precludendoci un potenziale aiuto, e magari portando chi ci è vicino a giudicarci peggio rispetto a quanto effettivamente meritiamo.

Quindi Mirco ti ringrazio, per quanto hai raccontato nella bella serata che hai organizzato. Hai mostrato competenza ed umanità, avviato riflessioni e un confronto sul tema del “limite”. Buon lavoro,

Enrico Ravaglia